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Questo articolo apparteneva al vecchio blog (blog.danilopetrozzi.it), per cui le informazioni potrebbero non essere più aggiornate ed attendibili.

Posizionarsi solo con contenuti di qualità senza backlink?

Il progetto iniziale di Google: il PageRank per valutare l’autorevolezza

Secondo la visione iniziale di Larry Page e Sergey Brin, Google avrebbe dovuto basarsi pesantemente sui link presenti in modo naturale nel web, dato che rappresentano qualità e autorevolezza. Come ogni altra cosa, però, se c’è la possibilità di barare, le persone lo fanno senza troppi problemi.

I SEO, ma nello specifico gli spammer, hanno capito ben presto che alterando la link popularity a piacimento, potevano manipolare anche i risultati di Google. Per questo sono nati fenomeni come:

  • il comment spam di massa
  • l’article marketing
  • le directory
  • lo scambio link
  • i link a pagamento
  • e così via

Tutto ciò, perché i backlink, se di qualità, sono (purtroppo?) un fattore di posizionamento così potente da ripagare gli sforzi, e gli esborsi economici, che sono serviti per ottenerli.

Il ridimensionamento dell’efficacia dei link…

La presenza massiccia di questi fenomeni black hat sta spingendo Google, e gli altri motori di ricerca, a riconsiderare il valore attribuito ai backlink. Neanche una settimana fa è stato lanciato l’ultimo refresh di Penguin, l’algoritmo penalizzante che colpisce il webspam e, sopratutto, i link artificiali/di bassa qualità.

La tendenza che è sotto gli occhi di tutti è il ridimensionamento del valore dei link, a favore di altri fattori di ranking vecchi/nuovi (microdati, https e compagnia).

… e il clima di terrore

Se ci pensate bene, non è mai uscito un algoritmo “premiante”: l’unica cosa che Google è stata in grado di fare è lanciare continui aggiornamenti per far perdere posizioni a determinati siti, ma mai per far guadagnare visibilità a quelli meritevoli.

Questo approccio repressivo e non premiante, ha generato un clima di “paura” che contagia non solo i professionisti del mestiere, che bene o male hanno chiara la situazione, ma sopratutto i clienti, che sono terrorizzati da Penguin, Panda, Hummingbird e finiscono per fare scelte sbagliate, causate da questi temi che non riescono a comprendere fino in fondo.

Il fatto che intorno ai link ci sia una nube di incertezza danneggia in modo gravissimo il settore SEO in generale. Pensateci un attimo:

quando lavorate su un sito vi occupate unicamente della qualità dei contenuti, dell’impaginazione, delle CTA, delle landing page, dell’analisi degli analytics

oppure

vi ritrovate a perdere innumerevoli ore a fare nuovi backlink, controllare di continuo quelli già presenti, pulire quelli malevoli con il Disavow, stare attenti alla possibile negative SEO, e così via?

Non so voi, ma generalmente  le azioni legate alla sfera “off-page” mi levano molto più tempo del resto. Sarebbe bello potersi dedicare unicamente al miglioramento delle interazioni dell’utente, l’UX, le landing, ottimizzazione delle chiavi, e così via: ma purtroppo siamo costretti a pensare incessantemente a questi maledetti backlink.

Da tutta questa introduzione, nasce una domanda:

Ci si può posizionare solo grazie al buon content, senza link in entrata?

La stessa domanda è stata posta sul Q&A di Moz, e Fishkin ha deciso di farci sopra un buon Whiteboard Friday. Dalle sue riflessioni nasce questo post, in cui farò un mix tra i concetti espressi nel video e le mie idee.

 

 

Il fatto di riuscire a ottenere buoni posizionamenti escludendo le attività di link building è un mito che echeggia da secoli, ma nessuno è mai riuscito a produrre statistiche, case history o altra documentazione a riguardo.

Preambolo: il nofollow

Prima di tutto, facciamo un appunto: quando parliamo di backlink, in questo caso, facciamo riferimento ai link FOLLOW e non a quelli NOFOLLOW, che sono assolutamente inutili per il posizionamento.

Se tu avessi seguito il mio ultimo focus sui link HTML5, ora sapresti che John Mueller, in questo hangout di un’ora, al minuto 30:12, in riferimento ai link nofollow, ha espressamente detto “We don’t use them for our search algorithm.”  Non ha detto che i link nofollow sono poco importanti, oppure che vengono considerati in percentuale rispetto a quelli follow, ha detto che NON VENGONO PROPRIO USATI NELL’ALGORITMO.

Se fossi un frequentatore del nostro blog su EspertoSEO, sicuramente non ti saresti perso il mio test per valutare l’efficacia del nofollow, in cui ho dimostrato che una vagonata di link nofollow non riescono nemmeno a indicizzare una pagina, figuriamoci posizionarla.

Devo aggiungere altro su sto maledetto nofollow?

L’algoritmo di Google ridotto ai minimi termini

Per prima cosa, riduciamo l’algoritmo di Google a dei macro blocchi. Questa suddivisione serve solo per semplificare i ragionamenti, non ha grande valenza tecnica!

Dallo still del video di Moz, possiamo vedere in alto la suddivisione: (clicca per ingrandirla)

 

moz still posizionamento senza backlink

Credits: Moz.com

Suddiviso in macro aree, l’algoritmo di Google può essere espresso così:

  • KW: tutto quello che è legato alle keyword. La loro presenza nelle pagine, le interconnessioni, semantica, topical hubs e così via (se te l’eri perso, poco fa ho scritto un bell’articolo sulle entità)
  • CQ: la “content quality“, ossia la qualità del contenuto. Il contenuto, ovviamente, include anche elementi multimediali,
  • DA: la “domain authority“, la rilevanza e autorevolezza del dominio.
  • PA: “page authorithy“, ossia l’autorevolezza della singola pagina
  • UD: “usage data“, con cui si indicano tutte le metriche legate alle visite dell’utente. Tempo di permanenza, bounce rate, pagine/visita, CTR, e così via.
  • SP:  “spam analysis” è la branca dell’algoritmo che si occupa di individuare e punire i siti di bassa qualità (ne abbiamo parlato a inizio articolo)

Tutti questi fattori, ognuno dei quali ne contiene tantissimi altri, concorrono alla determinazione del rank e, di conseguenza, del posizionamento nelle SERP.

È possibile posizionarsi su Google escludendo dalle proprie attività DA e PA? (ossia le macroaree legate alla link-popularity e più in generale alle attività off-page)

La risposta breve è.. no!

Senza off-page ci si accontenta di superlong-tail e poco altro

Anche se effettivamente tutti speriamo che prima o poi sia possibile, attualmente non c’è modo di posizionarsi unicamente attraverso il content. Per keyword molto competitive, ignorare l’off-page significa non ottenere alcun risultato.

Qualche posizionamento può essere ottenuto solo in presenza di long-tail (molto long!) e con scarsa concorrenza. In quel caso, però, non è la qualità del contenuto che genera il posizionamento, ma è la mancanza di concorrenza. Se avessi un testo di bassa qualità, ma comunque ottimizzato per quella long-tail, probabilmente otterrei lo stesso risultato.

Per quanto la capacità di “capire” di Google migliori di anno in anno, non è sufficiente la semantica o un testo ben scritto per convincere il motore che la nostra pagina è migliore rispetto a quella del sito concorrente che ha centinaia di backlink editoriali.

Se Google non considerasse i backlink, le SERP sarebbero peggiori

Google, durante degli esperimenti interni, ha provato a eliminare completamente l’efficacia dei backlink dai fattori di ranking, ma a quanto pare la qualità generale dei risultati è calata drasticamente.

Per quanto lo spam sia presente, per quanto il content di qualità non venga preso in considerazione, per quanto ci sia la Negative SEO, ecc, una SERP che sfrutta i backlink come segnale di ranking è migliore di una che non li considera.

Matt Cutts ha pubblicato anche un video (notare la maglietta 😀) in cui parla di questo esperimento e ammette che le SERP sarebbe decisamente peggiori, se non includessero i segnali off-page:

 

 

Link earning vs link building?

Come ci fa sapere Fishkin, però, ci sono alcune realtà che sono riuscite a ottenere risultati senza fare link-building. Come è possibile?

Per fare una sintesi del linguaggio “mozziano”: viene suggerita una attività intensiva di link earning al posto di link building. Invece che costruire artificialmentedei backlink, questa strategia fa in modo che i link si creino in modo spontaneo (to earn significa guadagnare, to build significa costruire)

Come fare per spingere gli altri a linkarti? Rand ci dice che i metodi migliori, sono questi:

  • PQ: per prima cosa, focus sulla qualità dei propri prodotti (che siano prodotti fisici, servizi, ecc)
  • PR: “press and public relations“, ossia spingere molto sulla stampa, gli articoli che parlano di noi spontaneamente, relazioni con altri influencer, altri siti che parlano dello stesso argomento, ecc
  • SM: potenziare la propria presenza nei “social media” e sfruttarli per il proprio tornaconto
  • OM: “offline marketing“, ossia tutte quelle attività di advertising non legate all’IT (ad esempio assistere/parlare ad un evento di settore)
  • WOM: “word of mouth“, cioè sfruttare il potenziale del “passaparola”, sopratutto se il proprio prodotto/servizio è poco conosciuto ma di estrema qualità
  • CS: “content strategy“, strategia legata al content (racchiude decine di tecniche, per esempio link earning attraverso infografiche)
  • EM: “email marketing“, il buon vecchio sistema per fare pubblicità (gratis) alla propria lista iscritti, o ad altre liste a tema

Investendo tempo ed energie in queste attività, è possibile dare visibilità al proprio sito in modo da ricevere spontaneamente dei link in entrata.

Se per caso, grazie al PR, si ottenesse un articolo pubblicato su un quotidiano nazionale, su una rivista a tema, su un portale molto visitato dai potenziali clienti, ecc, si otterrebbero link e visite con la stessa attività (mentre le attività di link building portano quasi sempre link, ma non è detto che portino visite, anzi, potrebbero portare penalizzazioni, e quindi perdita di traffico).

Attraverso la content strategy o una buona social media strategy, per esempio, è possibile (auspicabile!) produrre contenuti virali, che di punto in bianco generano una visibilità elevatissima.

In conclusione

Le attività di link earning sono efficaci quanto quelle di link building? Dipende. Se una strategia di link earning funziona e va a segno, potrebbe generare risultati 10 oppure 100 volte migliori rispetto alla link building.

Il problema è che fare earning è molto ma molto più difficile e dispendioso rispetto alla creazione autonoma di backlink.

Manipolare i link è una attività relativamente facile, che può essere fatta sempre (le piattaforme si trovano e si troveranno sempre), e che produce buoni risultati in ogni condizione.

Il fatto che i link di bassa qualità vengano sempre più esclusi, o penalizzati, dall’algoritmo, spinge i SEO e i Web Marketer a puntare sempre più sull’earning che al building, dato che la tendenza a cui assistiamo è il lento ma inesorabile decadimento del valore dei link manipolabili e favore di quelli naturali.

 

Danilo petrozzi

Ciao! Io sono Danilo Petrozzi, il fondatore di Eternal Curiosity. Oltre a essere un senior SEO Specialist e un Web Developer, è dall’età di 9 anni che mi appassiono a qualsiasi cosa ruoti intorno al web e all’informatica in generale.

Commenti (1)

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    Gianmarco

    |

    Un articolo ottimo ! Grazie

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